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16 ottobre 1968.

Una delle immagini più famose della storia dello sport: John Carlos e Tommie Smith, calzini ai piedi, testa piegata e pugno sollevato verso il cielo, protestano nel podio Olimpico dei giochi di Città del Messico, per il trattamento riprovevole riservato agli afroamericani di colore.

Il 1968 è un anno caotico negli Stati Uniti, segnato da innumerevoli tragedie ed eventi che rimarranno impressi nella storia: gli omicidi di Robert Kennedy e di Martin Luther King, la guerra in Vietnam, le proteste studentesche e gli scioperi dei lavoratori.

Oltre a questo, fuori dal villaggio olimpico, nella Piazza delle Tre Culture a Tlatelolco (Città del Messico) polizia e guardia nazionale sopprimono, con la violenza, una folla manifestante: tuttora non si conosce il numero esatto delle vittime.

I giochi olimpici, tuttavia, incombono e, “Show must go on”.

Il terzo uomo

Ai tempi dei giochi del Messico, il presidente del CIO, Avery Brundage, aveva minacciato il rientro immediato a casa per qualsiasi atleta che avrebbe usato i giochi per protestare: i giochi dovevano rimanere estranei alla politica.

Carlos e Smith non erano d’accordo e volevano portare la loro protesta sul podio olimpico con una medaglia al collo. Sarebbero saliti sul podio in calzini (simbolo della povertà nera negli Stati Uniti) e avrebbero indossato guanti di pelle nera (simbolo del movimento Black Power).

I due ragazzi trovarono sostegno nell’australiano Peter Norman (anche lui presente nella foto). Peter non solo accettò il gesto di protesta dei due americani ma acconsentì al loro piano, suscitando la sorpresa e l’ammirazione di Carlos e Smith.

Non poteva essere diversamente: Norman è un ex membro dell’esercito della salvezza ed è nato e cresciuto in una famiglia fervente cristiana. Crede nei diritti umani ed è disgustato dal modo in cui gli aborigeni sono trattati nel suo paese natio.

Nel momento della cerimonia di premiazione, quando l’inno americano suona, i due americani non guardano la bandiera ma fissano i loro calzini neri e alzano il pugno guantato verso il cielo. Norman indossa la spilla della Olympic Project for Human Rights ma rimane immobile sul secondo gradino.

La storia dietro ad una fotografia

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I giochi di Città del Messico del 1968 si ricordano per tre motivi:

  • il record mondiale di salto in lungo di Bob Beamon
  • il salto in alto di Dick Fosbury (da cui deriva il Fosbury Flop)
  • il gesto di protesta di Carlos e Smith
Tuttavia nessuno si ricorda di Peter Norman, appellato per l’appunto il terzo uomo – tanto che, nella statua realizzata in onore dei due americani alla San Jose State University, la sua figura è assente.

La sua è stata una protesta silenziosa, e nonostante gli sia costata cara (tornato in patria si è visto trattare come un reietto e l’Australia bianca ha cercato in tutti i modi di cancellarlo dalla storia) è stata a lungo dimenticata.

Prendere posizione

Nonostante sia passato mezzo secolo, i parallelismi con il 1968 si sprecano.

Il 2020 è un anno difficile e caotico: a causa degli strascichi del Coronavirus è difficile dare la giusta attenzione agli eventi come la morte di George Floyd e le conseguenti rivolte negli USA. Nello scorrere della nostra quotidianità, sembra tutto molto lontano e distorto.

La storia di Floyd non è in realtà così lontana da noi. Nessuno di noi è assolto dal grave lavoro di sfidare il razzismo, la disuguaglianza e l’ingiustizia di un sistema che ancora, dopo anni di lotte, prende di mira e danneggia le minoranze, siano esse sociali, di genere, razziali, religiose e quant’altro.

Il gesto silenzioso di Peter Norman, che è costato la serenità e la vita da campione che meritava, è rimasto nascosto in una fotografia, dimenticata nella storia mondiale.

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Norman ha sempre detto che non si sentiva “la storia” ma è stato “solidale con la storia”.

Nonostante rimanga un gesto ammirevole ed eroico, crediamo che sia il momento di fare qualcosa di più che rimanere in rispettoso silenzio.

Molti brand si sono già schierati come nel caso di Nike, Netflix, HBO e Disney, e Twitter ha cambiato la descrizione del suo profilo lasciando soltanto l’hashtag #blacklivematter e cambiando il colore del logo da azzurro a nero. Moltissime altre realtà e personalità pubbliche si sono aggregate alle voci di protesta, altri invece hanno preferito il silenzio come i colossi Facebook e Zoom.

Un post sui social media è un buon primo passo, ma è solo l’inizio di una lunga salita. Non conta solo lo slogan: i valori sono veri se appartengono al DNA e non sono solo una scelta strategica di mercato.

Nel nostro piccolo, qui ad Antartika, cerchiamo di fare la differenza. Sappiamo di essere solo un piccolo contributo, una goccia nell’oceano, ma vogliamo far sentire la nostra voce.

Il nostro piano editoriale di Giugno sarà dedicato al Pride Month, e vogliamo impegnarci a comunicare maggiormente le nostre posizioni, parlando di eventi, ricorrenze, e giornate celebrative meritevoli. Condividere contenuti come questo e questo, che crediamo debbano essere visti da più persone possibili.

Stiamo valutando di iniziare a spingere la comunicazione su altri canali social, data la complicità da parte di Zuckerberg.

Questi siamo noi, questo è quello che come azienda vogliamo fare oltre a quello che già realizziamo ogni giorno: cercare di creare un ambiente di lavoro sereno, di accettazione e dove l’unica discriminazione è rivolta alle salopette demodè in jeans della nostra collega Rossella.

E tu, sei con noi?

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