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Il tuo telefono ti ascolta?

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Vacanze in Sardegna?

Di recente, sarà capitato a tutti voi di avere un’esperienza simile a questa: esci a cena con i tuoi amici che ti raccontano di quanto sia stato bello il loro soggiorno in Sardegna. Qualche momento dopo, mentre controlli i tuoi account social, ovunque iniziano a comparire annunci sui migliori alberghi della Costa Smeralda, ricette per preparare in modo ottimale la fregola di mare, recensioni sulle spiagge da visitare almeno una volta nella vita (guarda caso tutte in Sardegna). Eppure sei sicuro di non aver mai cercato sul web informazioni in merito.

In questi momenti è facile pensare che il nostro smartphone possa aver ascoltato tutte le nostre conversazioni, farsi prendere dallo sgomento all’idea che la nostra privacy possa esser stata violata.
Ma è davvero così? Nei prossimi paragrafi cercheremo di spiegare perché non è il caso di farsi prendere dal panico.

Il nostro telefono ci ascolta?

Per prima cosa, è bene togliere di mezzo un pregiudizio: No, il nostro telefono non ascolta le nostre conversazioni private!

Spieghiamoci meglio: molte App contengono dei tracking software che, accedendo al microfono del nostro smartphone, sono effettivamente in grado di captare segnali provenienti da altri dispositivi (ad esempio dalla televisione) e di capire cosa stiamo ascoltando o guardando in un preciso momento. Le compagnie che si servono dei nostri dati per campagne di remarketing possono in tal modo attingere a una serie di informazioni supplementari su di noi e sulle nostre abitudini.
Ma specifichiamo due fattori importanti:

  • Al momento dell’installazione, queste app hanno l’obbligo di richiedere l’accesso al nostro microfono e noi abbiamo la libertà di negarglielo (d’altra parte dovrebbe suonarci strano che un’app di fitness voglia utilizzare il microfono del nostro telefono, no?)
  • Questi tracking software non ascoltano le nostre conversazioni, ma solo i segnali elettronici provenienti da altri device!

Facebook inoltre, che da anni viene accusato di tendere un po’ troppo l’orecchio sulla nostra vita privata, ha negato esplicitamente che ciò avvenga, e abbiamo ottime ragioni per credergli.

Insomma, l’opinione secondo cui i nostri telefoni ci stanno ascoltando è frutto di un pregiudizio senza fondamenti. Se ancora non sei convinto puoi però andare sulle impostazioni del tuo smartphone e negare l’accesso al microfono a tutte le app. Ma già ti avvertiamo: non cambierà niente.
Il punto fondamentale è infatti un altro: al tuo telefono non serve ascoltare ciò che dici per capire quali sono i tuoi gusti e le tue necessità!

Collegare gli indizi.

Ma allora come si spiegano tutti quegli annunci sulla Sardegna? Eppure io non ho mai cercato nulla dal mio smartphone!

Cerchiamo di chiarire brevemente ciò che succede in questi casi.
Negli ultimi anni le nostre identità online si sono ampliate in maniera esponenziale. Nel nostro telefono abbiamo decine di app diverse e a ognuna di queste app riveliamo un po’ di informazioni su di noi. L’app del nostro supermercato di fiducia conosce le nostre abitudini alimentari; Spotify i nostri gusti musicali; l’app di fitness sa se preferiamo il jogging o la palestra; e Google, ovviamente, sa cosa siamo soliti cercare su internet.

Ora, due osservazioni fondamentali per capire ciò che seguirà:

  • Nel 99% dei casi, quando installiamo queste app sul nostro smartphone, siamo estremamente pigri. E così dichiariamo di aver letto l’informativa privacy e la accettiamo, senza aver visionato neppure la prima riga.
  • Nel 99% dei casi colleghiamo tutte queste app allo stesso ID, le abbiniamo alla stessa e-mail e spesso anche alla stessa password. In tal modo tutte le informazioni su di noi vengono inserite all’interno di un unico contenitore.

Così, il nostro telefono sarà libero di raccogliere tutti i nostri dati (glielo abbiamo concesso accettando l’informativa privacy) e di associarli tra loro, e compagnie come Facebook e altri social network, potranno utilizzare questi dati per conoscerci meglio e dunque per proporci gli annunci pubblicitari più adatti a noi.

Ed ecco che si spiegano anche le pubblicità della Sardegna.
È vero, probabilmente non hai mai cercato su Google nulla riguardo a questa meta turistica. Ma i tuoi amici che hanno passato due settimane in Costa Smeralda probabilmente sì: avranno controllato su Booking l’albergo con il miglior rapporto qualità/prezzo, si saranno informati su quali spiagge vedere e, tornati a casa, avranno cercato la ricetta della fregola di mare per farla assaggiare a qualcuno, magari proprio a te.

E poi? Poi avete cenato assieme, i vostri segnali GPS sono rimasti fermi nello stesso punto per molto tempo e così avete rivelato di non essere perfetti sconosciuti, ma di conoscervi bene. Probabilmente siete persino amici su Facebook; magari su LinkedIn rivestite la stessa posizione professionale o avete di recente registrato la vostra corsa assieme su Strava. Così le compagnie che utilizzano i vostri dati, hanno pensato che anche tu avresti gradito una bella vacanza in Sardegna. Il tuo telefono non ti ha ascoltato, ha solo collegato gli indizi che gli hai liberamente fornito.

Potrà sembrarti complesso e incredibile, ma non è così: su internet sono presenti trilioni di informazioni su di te e su chi ti circonda, informazioni che hai accettato di mettere a disposizione per fini commerciali. Sono i cosiddetti Big Data. Elaborare queste informazioni è ciò che i computer riescono a fare meravigliosamente bene.

Don’t panic, just think!

Qual è il vero problema riguardo a tutto ciò? Non certo il fatto di avere delle pubblicità personalizzate.
C’è chi profetizza che i nostri comportamenti verranno rimodellati, che saremo privati della libertà di scelta e che diventeremo marionette nelle mani di chi, di volta in volta, utilizzerà i Big Data per influenzarci.
Cerchiamo di razionalizzare il più possibile e di capire in cosa i Big Data possono essere utili e dove invece possono effettivamente rappresentare un problema.

Conviviamo con la pubblicità da moltissimo tempo, da ben prima che internet facesse il suo ingresso nelle nostre vite, e in tutti questi anni abbiamo sviluppato delle difese immunitarie. Siamo abituati a ricevere input di natura commerciale e siamo al contempo capaci (oggi molto più che in passato) di mantenere la giusta distanza emotiva da essi.
Quando vediamo un annuncio che pubblicizza “il miglior detersivo sul mercato”, sappiamo che quel detersivo potrebbe anche essere il peggiore; che è la pubblicità che funziona così. Le nostre nonne (forse) ci cascavano, noi molto meno.

Da un certo punto di vista, i Big Data possano essere addirittura vantaggiosi: preferisco ricevere annunci di prodotti che potrebbero interessarmi e di cui potrei aver bisogno, piuttosto che di tante altre cose, che non mi sarei mai sognato di cercare.

Un problema di privacy

Ma un problema in tutto ciò c’è, ed è inutile negarlo!
Il fatto che internet conosca così bene le nostre vite e che sia così facile ottenere informazioni su di noi, ci preoccupa. E questa preoccupazione è legittima.

Una situazione di questo tipo ci espone a grossi rischi da un punto di vista legale, sociale, economico e politico (si pensi anche solo a come potrebbe utilizzare tutti questi dati un paese non democratico come la Cina) e apre spinosi interrogativi etici e filosofici (qual è la differenza tra la nostra identità online e offline?).
Ma dall’altro lato ci offre innegabili vantaggi sotto moltissimi altri punti di vista, a cui non vogliamo e non possiamo rinunciare.

La sensazione è quella di aver perso buona parte della nostra privacy e di non poterla più ottenere se non tornando a uno stile di vita pre-digitale, situazione altrettanto indesiderabile e probabilmente del tutto impossibile.

Idealmente vorremmo mantenere tutti i benefici derivanti dal più alto livello di flusso di informazioni, garantendo allo stesso tempo la nostra privacy intatta. Che fare?

Una duplice soluzione

A tutto ciò possiamo rispondere con due atteggiamenti positivi: uno non dipende direttamente da noi, l’altro sì.

Anzitutto emerge la necessità di porre dei limiti normativi all’utilizzo di questi dati, per evitare le spiacevoli conseguenze di cui abbiamo parlato.
Da questo punto di vista, negli ultimi anni ci sono stati ottimi passi in avanti, in particolare nell’Unione Europea, dove nel 2018 è entrato in vigore il Regolamento Generale per la Protezione dei Dati (GDPR), che favorisce la libera circolazione dei dati, rafforzando al contempo i diritti degli interessati.
Nei prossimi anni è probabile che vedremo nuove discussioni e nuove leggi su questi argomenti: dal momento che ci riguardano da vicino è bene rimanere informati!

In secondo luogo siamo chiamati in prima persona a sviluppare una coscienza riguardo a chi vogliamo essere quando siamo online e su quale parte di noi vogliamo condividere con il mondo.

I dati non sono tutti uguali: ad alcuni dati arbitrari che possiamo condividere senza troppe preoccupazioni, si aggiungono alcune informazioni costitutive di noi stessi (le nostre credenze personali, i nostri coinvolgimenti emotivi) che sarebbe bene mantenere private per salvaguardare l’individuo che ne è portatore.

Siamo noi che dobbiamo imparare a trovare l’equilibrio tra ciò che vogliamo condividere e ciò che vogliamo mantenere segreto, senza allarmismi e con razionalità. Sta a noi capire quando è il caso di sfruttare gli enormi vantaggi del digitale e quanto invece è meglio spegnere il cellulare e farsi una vacanza… magari in Sardegna!

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