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La tua azienda appare nelle risposte di ChatGPT, Gemini o Copilot? Forse sì, forse no, forse dipende da chi lo chiede. Sapere se ci sei veramente nell’AI non è banale come sembra.
Scopri come ottenere dati reali sulla presenza nei motori AI con gli strumenti disponibili oggi, cosa puoi fare secondo Google e Microsoft per migliorare la tua visibilità, perché non esiste un hack SEO, GEO o AEO che sostituisca un lavoro solido e costante.
Premessa: cosa sa davvero l’AI sulla tua azienda?
Ti invito a fare una prova: apri qualsiasi strumento AI e chiedi “conosci l’azienda X?”. Quasi certamente ti risponderà di sì, ma (spoiler!) è ancora troppo presto per festeggiare.
Se hai effettuato l’accesso con il tuo account, il modello potrebbe attingere alla cronologia delle conversazioni o ai documenti che hai condiviso in precedenza; oppure, se hai usato il chatbot per cercare la tua azienda nelle sessioni precedenti, quella memoria è ancora lì.
I principali motori AI, infatti, lavorano in due modi:
- Attingono ad un database chiuso, aggiornato periodicamente in base al modello;
- Eseguono ricerche in tempo reale sui motori di ricerca tradizionali, tramite una tecnica chiamata RAG (Retrieval-Augmented Generation) che recupera le pagine web più pertinenti e le usa per costruire la risposta.
A questo si aggiunge il sistema “query fan-out”: invece di interpretare la domanda in modo letterale, il modello genera in parallelo più query correlate per raccogliere più informazioni possibili prima di rispondere. Ne risulta che la stessa domanda, posta da due persone, contesti, linguaggi o momenti differenti, può produrre risposte molto diverse.
Le variabili in gioco sono numerose: le parole usate, il tono di voce, la grammatica, la geolocalizzazione, l’età stimata dell’utente, persino le sfumature emotive del testo. La risposta dell’AI non è mai oggettiva ma è contestuale, ricostruita ogni volta da capo.
Quindi, come sapere se la tua azienda è realmente presente nell’AI (e in che misura)?
5 strumenti per misurare la tua presenza nei motori AI
1. Google Analytics: canale AI Assistant (o custom)
Il traffico proveniente dai motori AI spesso finisce sotto i canali Unassigned o Referral di GA4, mescolandosi ad altro. Per isolarlo, puoi creare un canale custom con i principali domini AI (chatgpt.com, perplexity.ai, gemini.google.com, copilot.microsoft.com, etc).

A maggio 2026 Google ha aggiunto un canale nativo AI Assistant in GA4, che classifica automaticamente il traffico dai principali chatbot senza configurazioni. Il canale custom resta comunque utile per coprire tutte le piattaforme AI che GA4 potrebbe non includere.
2. Bing Webmaster Tools: dashboard AI Performance
Bing Webmaster Tools offre una dashboard dedicata alle prestazioni AI con dati su click, citazioni, query, intenti, topic, pagine linkate dai tools di Microsoft. Ad oggi, si tratta di uno dei pochi accessi diretti a questo tipo di dato offerti dagli strumenti di Data Analytics.

Tieni a mente, però, che la stessa piattaforma avverte che i dati mostrati sono solo un campione dell’attività reale, soggetto a successive elaborazioni. Lo strumento resta pur sempre valido come indicatore di tendenza, ma non per effettuare misurazioni assolute.
3. Strumenti SEO di terze parti per il tracking (ma con criterio)
Diversi tool SEO di terze parti (come SEOZoom) hanno aggiunto funzioni di keyword tracking per le AI Overview di Google e di prompt tracking per tutti gli altri strumenti AI.

Possono dare indicazioni interessanti, ma con due grossi limiti da tenere presenti:
- le AI Overview sono notoriamente volatili, molto più dei risultati in SERP;
- le risposte dei chatbot sono fortemente personalizzate, quindi quello che potresti vedere tu non è necessariamente quello che vede un altro utente.
E attenzione: un prompt non funziona come una keyword. Una keyword è una query standardizzata, ripetibile, monitorabile nel tempo; un prompt è una frase formulata in un momento specifico, con un contesto specifico da una persona specifica, e quindi irripetibile.
4. Microsoft Clarity: AI citations e “grounding queries”
Vale la pena menzionare Microsoft Clarity: lo strumento ha da poco reso disponibile una dashboard sulle AI citations e le “grounding queries”, ovvero le chiavi di ricerca che Copilot stesso utilizza per recuperare contenuti dal web prima di formulare una risposta.

Quando l’utente fa una domanda a Copilot, il sistema traduce la richiesta in keyword più semplici, interroga l’indice web in tempo reale e usa i contenuti come base per costruire la risposta. Con Clarity è ora possibile vedere quali di queste query hanno portato l’utente all’interno del tuo sito, quali pagine sono state citate e con quale frequenza.
Le “grounding queries” possono differire dalle frasi che gli utenti digitano, ma rivelano come i sistemi AI strutturano e recuperano le informazioni. È uno dei pochi strumenti che offre dati reali sull’ecosistema AI di Microsoft e Bing, anche se (per ora) in modo limitato.
5. Google Search Console: report sull’AI generativa (…quando?)
A giugno 2026 Google ha annunciato dei nuovi report sul rendimento dell’AI generativa in Search Console: una sezione dedicata che mostrerà alcuni dati delle funzionalità AI di Google, in particolare AI Overviews e AI Mode, separata dai dati di ricerca tradizionale.

Ad oggi, però, sembra ancora mancare un dato centrale: i click. Per ora il report è disponibile solo per un sottoinsieme di siti, attualmente in fase di test nel Regno Unito; Google ha indicato che aggiungerà ulteriori metriche nel tempo, ma senza fornire una data.
Non ci sei nell’AI? Ecco come iniziare, secondo Google e Bing
Come abbiamo visto, i motori AI costruiscono le loro risposte attingendo ad un database interno (aggiornato alcune volte l’anno) oppure cercando in tempo reale sui motori di ricerca tradizionali. Il punto di ingresso, in entrambi i casi, passa dal posizionamento SEO.
Il lavoro da fare è essenzialmente quello, con alcune specificità a seconda di chi segui: Google e Bing, rispettivamente, si sono pronunciate con linee guida molto diverse.
Cosa dice Microsoft?
Bing e Copilot consigliano di strutturare i contenuti pensando a come le macchine li scompongono. Nello specifico, i modelli AI fanno il parsing del testo in blocchi più piccoli per poi riassemblarli nella risposta. Di conseguenza, le indicazioni chiave sono:
- Favorire i formati modulari con intestazioni chiare, elenchi puntati, tabelle e sezioni in formato domanda/risposta;
- Inserire lo schema Markup in JSON-LD per aiutare i sistemi AI ad interpretare con certezza di cosa tratta ogni pagina;
- Fare attenzione anche alla forma: frasi chiare e brevi, niente punteggiatura decorativa o testo nascosto in tab espandibili.
Cosa dice Google?
Google parte da una posizione diversa, quasi opposta. Nella guida ufficiale si afferma esplicitamente che GEO e AEO sono ancora SEO: nessun requisito particolare, nessun markup speciale dedicato all’AI, nessun file llms.txt che possa fare i miracoli.
I suoi sistemi sono già in grado di leggere le pagine web in modo naturale, senza la necessità di frammentazioni aggiuntive. Il focus va invece sulla sostanza: contenuti originali (non-commodity), esperienze di prima mano, analisi che non si trovano altrove.
È il principio E-E-A-T applicato all’era dell’AI, con una distinzione netta tra contenuti generici e contenuti che aggiungono davvero valore e soddisfano l’intento di ricerca.
Chi ha ragione: Microsoft o Google?
Probabilmente entrambi, su fronti diversi.
- Microsoft guarda al problema dal lato tecnico: come fare in modo che un algoritmo estragga e riutilizzi i tuoi contenuti nel modo più efficiente possibile.
- Google punta alla qualità: se il contenuto vale davvero i sistemi sono abbastanza maturi da trovarlo e valorizzarlo, senza ottimizzazioni artificiose.
La contraddizione è reale, ma non è paralizzante: strutturare bene i contenuti e scriverli pensando alle persone non sono obiettivi contrastanti. Un testo chiaro, ben organizzato, che risponde a domande reali con informazioni originali, soddisfa entrambi i criteri assieme.
Quello che non esiste, e non si trova in nessuno dei due approcci, è la scorciatoia: non c’è un hack SEO, GEO o AEO che ti possa proiettare nelle risposte AI in poche settimane.
C’è un lavoro costante di costruzione: un brand chiaro e forte, riconoscibile e autorevole, contenuti che dicono qualcosa che altri non dicono, una presenza online che nel tempo diventa un riferimento credibile per le persone, prima ancora che per gli algoritmi.
Vuoi sapere di più sull’ottimizzazione per motori di ricerca (AI)?
Se stai cercando da dove partire, la risposta è fare una buona SEO: una brand identity che non lascia dubbi su chi sei, cosa fai, cos’hai da offrire e a chi ti rivolgi. Il resto viene da sé.
Antartika è un’agenzia di digital marketing che lavora con il metodo Integreation: SEO, presenza nei motori AI, social media e visibilità online non sono attività separate, ma parti di un sistema unico in cui strategia, contenuti, promozione e dati si supportano a vicenda.
In un momento come questo, dove i confini tra SEO, GEO e AEO sono ancora fluidi e le regole cambiano rapidamente, non serve rincorrere ogni novità: serve una base solida che regga nel tempo, indipendentemente da come evolveranno gli algoritmi.
Se vuoi capire dove si posiziona la tua azienda e cosa puoi fare oggi, scrivici: parliamo del tuo progetto, analizziamo il punto di partenza e definiamo insieme obiettivi concreti.
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